La prima primavera non
sciolse la neve
Lasciò lo scheletro sotto
La seconda primavera
arrivò distratta
Lo scheletro dormiva e non
se ne accorse
La terza primavera non ne
sapeva più nulla
Smosse un po' di neve e se
ne andò
Osso bianco e liscio è lo
scheletro sotto la neve, anch'essa bianca, che dimentica ma conserva
il ricordo. Riposano insieme ossa e neve e insensibili alle primavere
stanno, riposando, indistinte. Quelle ossa, frammenti di scheletro,
parti separate e che prima erano unite e sono ora trattenute insieme
dalla neve, che riempe gli spazi tra di loro e le giunture. Le
conserva e dimentica: così riposano. Quello che era uno resta unito
nel bianco e fermo.
Non si muove uno scheletro
conservato nel bianco del marmo e giace scomposto e mescolato, non si
muove uno scheletro conservato nel bianco della neve che lo tiene
composto. Il bianco è uguale il nulla e immoto. Rimangono solo dei
frammenti da unire, c'era un tempo ripiegato su se stesso, come tante
altre cose, piegate su se stesse tanto da non potersi più
riconoscere e restare pezzi sparsi di un qualcosa. Cos'era? Tutto
quel bianco non sapeva rispondere. C'erano cose. Il modo giusto di
mettere ordine; i modi giusti e mettere un punto.
Povere ossa, smembrate e
succhiate e prosciugate di tutto. Private della carne, del sangue e
della vita dovevano essere, infine, pure, e nulla conoscere se non se
stesse e fino in fondo; e poi tutto il resto.
La quarta primavera,
vedendo, ebbe pena: “Povere ossa, siete vive
o morte?”.
E così parlando sciolse la
neve, poco alla volta, con morbidi raggi di sole e calore e pena.
Lo scheletro si sveglia di mala voglia,
sotto l'acqua sciolta della neve sciolta e la succhia avidamente,
ricacciandola in lacrime. È dolore rinascere sotto quel sole, è
dolore decidere di stare in piedi e con nervi scoperti e tesi, ad
aspettare quel sole. È dolore, non si sa quanto. Lo scheletro nulla
sentiva sotto la neve, strappata da essa sente e vede di nuovo e piange di nuovo.
Primavera cattiva e
violenta, che sorride insinuando bisogni, richiama necessità e le
impone. Risveglia carne e la spinge a crescere nuova, e sopra essa i
nervi e i muscoli e poi la pelle, bianca pelle. E intanto è dolore e
sofferenza per quelle povere ossa, non si sa quanto. È primavera
cattiva e violenta sì, ma miracolo. È sole che acceca e caldo che
scopre il freddo che prima non sentiva, è la memoria del freddo che
non vuol sapere. È la neve che sciolta diventa acqua e ciò che ha
conservato ora nutre, e lava e perdona. Piangono le povere ossa
perché non hanno scelta. È dolore, è dolore
e fa male. Non si sa quanto.
“Primavera cattiva e violenta”
piange lo scheletro “l'inverno pietoso mi lasciò dormire, tu in
pena mi svegli e richiami a qualcosa. Ma io non so più: cos'è?”.
Ma nessuno ancora una volta risponde.
C'è fatica e dolore e non si sa quanto in quel pianto che è acqua che scorre.
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